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Category: Writing and Poetry

Storie (⁠☞゚⁠∀゚⁠)⁠☞- Mosche

Breve introduzione prima di iniziare. questo blog non c'entra nulla con "about my life ^^", infatti questo è una serie di vicende e aneddoti romanzati, strutturati come una storiella con inizio sviluppo e fine. invece "about my life ^^" sono una serie di riflessioni personali in inglese su temi vari detto questo buona lettura. (⁠≧⁠▽⁠≦⁠)

Mosche

Tutte le emozioni descritte in questa storia sono state provate veramente.Nomi, luoghi e situazioni potrebbero essere stati modificati, per tutelare i sopravvissuti.

CONTESTO: La ragazza non ha acqua calda da mesi. Per ovviare, mentre aspettano l'idraulico, il padre porta la famiglia a lavarsi nella vecchia casa del nonno, in ristrutturazione. Dopo teatro e cena, lei opta per una doccia lì invece che fredda a casa. Il padre, titubante, accende il boiler: "In poco tempo si dovrebbe scaldare" ma non e così.


Non so come si scrive una cosa così. Vabbè, farò come nei libri. Non cerco Oscar mmh... quelli sono solo per i film, credo… forse… O era lo Strega? Fatto sta, voglio solo capire cos’è successo, ora che lo posso scrivere a mente lucida.


Ero indecisa sul fare o no la doccia: la mia indecisione non veniva minimamente dalla pulizia. mamma aveva ben specificato quella mattina che puzzavo “in modo indicibile” di sudore. Tanto che, per coprirlo, mi facevo prestare deodoranti dagli amici, ma mi sentivo un disastro comunque (forse era lì che le mosche cominciarono ad avvicinarsi). La vera esitazione era data dalla stanchezza, non dalla giornata in sé, ma dal trasportarsi di un grosso sciame di mosche ronzanti.


Mi aspettavo un rimprovero da lei quando dissi che non avevo più intenzione di farla; invece papà sparò una predica secca sul costo del boiler. Così accettai, seccata. Poi mamma si alzò per fare la doccia prima di me. E, quando tornò, la sentii in lontananza parlare con papà dell’acqua: era calda, pensai, sollevata, senza prestare bene ascolto a ciò che dicevano.Andai in bagno.


 Più che me stessa, era la brutta sensazione di quella casa vuota, colma però di ricordi, a spogliarmi. Accesi l’acqua calda e mi misi sotto. Il getto era forte, freddo, basso. Nel sistemare l’altezza, il getto rimbalzò contro il muro, allagando il bagno. Perdetti il controllo. Non so cosa successe.


L’atmosfera cupa della casa, colma di ricordi? L’ansia per il messaggio del mio ragazzo? La stanchezza? Qualcosa si ruppe.L’acqua gelida si mescolava a lacrime e muco. Il pianto era freddo e si bloccava in gola: tremavo, battevo i denti. Mi osservavo come dall’esterno, dallo scarico luccicante: una ragazza ormai con le fattezze quasi di una donna, patetica come una bambina che ha perso di vista i suoi genitori.


 I pensieri erano confusi; le paure indefinite, conducevano quel ritratto verso ancora più pena e disgusto.Un tamburo ritmato scandiva il tempo. non era il cuore, poiché batteva troppo lento; non i denti, troppo sordo. Come passi di un fantasma, o il bussare della polizia. 


Pur di non guardarmi, finii rannicchiata a terra, mordendomi la mano destra, come da piccola nei momenti di stress.I tamburi, ancora più sordi, e il pianto, ancora più forte, sembravano ormai circondarmi.


 Provai di tutto pur di tranquillizzarmi.Ripetei il coro imparato per teatro, feci esercizi fatti settimane prima, ma nulla. Ero fottutamente sola. I pensieri ronzavano come mosche.


Iniziai a piagnucolare: “Ho freddo, mesi di docce gelide, piena di lavoro… perché la casa del nonno è vuota? Il soffitto mi è crollato in camera, studio in cucina ma non riesco a concentrarmi…”. 


Ero ancora lì a terra singhiozzando e mormorando. Una parte del mio cervello, pur di aggrapparsi a qualcosa, immaginava scenari in cui qualcuno veniva a salvarmi. Non i genitori, ma prof o amici. Il cervello sceglieva lieti fini, come Asuka in quel corto di Evangelion.


Poi si fissò: come l’anno prima, il ragazzo del corso di teatro mi consolava dopo una battuta sbagliata. Sì, ecco, era quello il lieto fine che cercava.


Dovevo uscire.Mi alzai tremando, e andai verso la stufa. Mi promisi: “Appunto tutto. Io devo appuntare tutto.” Con quel peso dell’angoscia addosso e il ronzio delle mosche nella testa, tornai a casa e crollai sul letto, ormai prosciugata lasciandomi nella solo lo sciame e quel unico lieto fine scelto.

Andrea 11/03/26


2 Kudos

Comments

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jakalope_

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ricarico la pagina dei blog e come miraggio leggo la mia cara lingua italiana a cui sono così vicino. starò sognando? no, apparentemente no. figata, che bella coincidenza.
comunque, bel blog! efficiente seppur essendo caotico e un po' confusionario, ma alla fine lo scopo e il sentimento viene trasmesso, e poi è una cosa personale quindi hai tutto il diritto di renderlo più contorto e verosimile alla tua di concezione di diario, racconto o quel che sia (come d'altronde hai detto dicendo di non volere l'oscar.. dei libri se è per questo..). ora, io non so se ho mancato qualche significato metaforico specifico in tutto questo, non sono eccellente nel leggere fra le righe, ma sta di fatto che in ogni caso questo, ma mi ha comunque trasmesso qualcosa, e penso sia questo l'importante.
a volte ci dimentichiamo di quanto fragili siamo, e di quanto fragile sia la nostra mente, un enorme ragnatela in cui tutto è sparso e collegato in qualche modo, anche se non troviamo inizio e fine, alla fine c'è sempre una spiegazione di perchè facciamo, diciamo, comprendiamo qualcosa, anche se non riusciremmo mai a capirlo (o meglio, capirci) a pieno. è così facilmente distruggibile, manipolabile, penetrabile, persino da noi stessi nel convincerci di essere qualcosa che non siamo, nel convincerci di essere il personaggio più forte e coraggioso e stabile e maturo, quando in realtà, come tutti, abbiamo sempre quei momenti in cui ci riguardiamo e rivediamo il/la bambin* in noi, con occhi confusi e mai al corrente della piena verità delle cose. una ragnatela in cui anche le mosche si impigliano


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Hey, ti ringrazio di cuore per il commento. Mi fa piacere che ti sia piaciuta la storia: avevo tante preoccupazioni sul fatto di renderla troppo pesante e poco chiara, ma da quello che ho visto sul tuo commento alla fine ho raggiunto il mio scopo.
Una storia che è più un quadro da interpretare che un racconto.
Ci tenevo a risponderti per il fatto della lingua, perché mi ha confuso un sacco prima di pubblicarla.
Devi sapere che l'idea iniziale era di stendere la prima bozza in italiano e poi trasformarla in inglese, ma ho notato che perdeva molto (visto il mio livello di inglese), quindi ho deciso di riportarla completamente in italiano. Tutt'ora sono indecisa se fare questa rubrica di storie solo in italiano oppure in italiano e in inglese. Detto questo, se ti è piaciuta la storia ti lascio i libri di riferimento che ho usato e che mi hanno ispirato:

- Il signore delle mosche- William Golding (1954), per la metafora delle mosche come pensiero intrusivo e come paura.

- Quando muori resta a me- Zerocalcare (2024), da cui ho preso la celebre frase "Tutte le emozioni descritte in questa storia sono state provate veramente. Nomi, luoghi e situazioni potrebbero essere stati modificati, per tutelare i sopravvissuti." E che mi ha aiutato un sacco per capire che stile volevo dare a questa rubrica.

Eh, niente, è stato veramente un piacere ricevere il tuo commento e magari tieni d'occhio il profilo per continuare a leggere cose così. Alla prossima!

by Andrea; ; Report