scrivo questo blog per fare pausa dallo studio intensivo (e fallimentare) di fam.
Mio padre sta passando un periodo della sua vita pieno di sfighe: a dicembre è stato a casa dal lavoro per un più di un mese a causa di una broncopolmonite e poi, dopo due giorni dopo il rientro in ufficio, si è rotto il polso destro cadendo dalla sedia (diciamo, da un po' alticcio). Adesso è un mese che è a casa per infortunio ed è molto sofferente; odia non poter fare le cose che poteva fare prima e non si rende conto che anche con il progredire dell'età diventa più "fragile".
Ha sempre cercato di non far mancare nulla a me e mia sorella, imponendo su se stesso una serie di compiti che deve fare lui e solo lui in quanto padre, essenzialmente faccende domestiche. Ora, io ho sempre pensato fosse abbastanza onesto il fatto che io fossi pienamente responsabile della pulizia di camera mia e che non fosse direttamente mia prerogativa specifica occuparmi delle pulizie del resto della casa, ma che fosse altrettanto onesto da parte mia aiutare quando possibile: casa nostra è grande ed è oggettivamente impensabile che mio padre riesca a occuparsi di tutto da solo.
Questa mia visione, che a me sembra quasi da persona un po' viziata (dai, tutti aiutano a fare le faccende domestiche superati i 13 anni), evidentemente non corrisponde con quella di mio padre, che è convinto di avere il compito di farlo. Recentemente ho pulito il bagno, facendo lo straccio a terra, e dato che avevo preparato l'acqua con il prodotto per il pavimento e già che c'ero, ho deciso di passarlo anche in altre parti del piano; arriva mio padre, vede quello che stavo facendo e commenta "faceva così schifo il bagno? non ho pulito abbastanza?" (che era anche abbastanza vero: il bagno ERA sporco e in quel momento c'era oggettivamente bisogno di pulirlo).
Tutto ciò per dire che mio padre si è messo in testa di dover fare più cose di quanto non sia in grado e si sente un fallimento se noi, le sue figlie, proviamo ad aiutarlo nel fare una cosa che dovrebbe fare lui.
Ho già menzionato che ha il braccio rotto e in generale è abbastanza debole (fa fatica a fare due piani di scale e si deve aggrappare al corrimano). Bene, la nostra lavatrice si trova a un piano inferiore rispetto a dove è situata la cesta con i vestiti sporchi, quindi per fare la macchina è necessario portare la cesta giù di un piano: una persona normale, avendo il polso rotto ed essendo consapevole dei propri limiti fisici, non esisterebbe a chiedere un aiuto di trenta secondi alle sue figlie per portare giù questa cesta. Ma no, lui ha in testa che quello è il suo lavoro e quindi si convince di doverlo fare da solo.
Dopo questa lunga premessa possiamo arrivare a ciò che volevo realmente raccontare in questo blog: ieri sera mio padre voleva, anzi doveva, fare la lavatrice, ma nelle scale per scendere è caduto, ha battuto il naso contro la cesta e la pressione contro gli occhiali gli ha procurato una ferita sempre sul naso. Sentendo il botto mi sono fiondata giù e l'ho visto per terra, pieno di sangue ovunque e ancora sanguinante. Togliendo il fatto che ho dovuto medicare mio padre e gestire una situazione che non avevo mai dovuto gestire (fare da genitori ai propri genitori insomma), durante tutta l'ora e mezza in cui il sangue non si fermava aveva in testa di dover fare la lavatrice, prioritaria rispetto a qualunque altra cosa in quel momento (infatti non appena si era circa fermato non sono riuscita a impedirgli di farla).
Lui adesso sta bene, non è successo niente di troppo grave, anche se per caso fosse caduto due scalini prima avrei dovuto chiamare l'ambulanza e questo rende ridicolo il fatto che abbia continuato a insistere che non doveva farsi aiutare.
Mentre ero lì a medicarlo ho pensato a Gregor Samsa, protagonista della Metamorfosi: Gregor una mattina si sveglia trasformato in un enorme insetto, ma il primo e unico pensiero nella sua testa è il fatto che deve trovare un modo per andare a lavoro. Mio padre è, come tantissimi altri, un Gregor Samsa: mette davanti a se stesso il suo lavoro (o in generale i suoi doveri) per il bene della sua famiglia e se non è in grado di farli si sente un enorme peso.
Si passa il tempo a discutere dell'alienazione di Gregor e di quanto la situazione descritta nel libro sia kafkiana - inverosimile. Quando forse così inverosimile non è ed è sintomo di quanto la nostra società abbia come unico discriminante l'utilità e il dovere: se non faccio quello che devo sono inutile.
Ho paura di diventare così e di trascurare la mia integrità fisica e morale per mettere davanti dei doveri, a disumanizzare me stessa come Gregor e conseguentemente perdere il rapporto con l'ambiente che mi circonda.
Comments
Displaying 2 of 2 comments ( View all | Add Comment )
porkupyn3
Molto ben scritto, Nora. Il messaggio che vuoi trasmettere è chiaro e l'analogia con Gregor Samsa è perfettamente a punto.
Ma effettivamente, che fare? Come si cambia una persona che non ha la plasticità cerebrale di una volta, a uscire da schemi e coping methods fissati in testa da anni di attività? È come disallenare un muscolo molto allenato e usato... molto difficile e contro natura.
Capisco come la situazione sia difatti ingestibile da molti punti di vista, e mi spiace molto quando qualcuno deve effettivamente fare da genitore ai propri genitori (cosa che passato un certo punto nella vita è inevitabile per quasi tutti, in realtà, ma che ti tocca in un momento più importante e sensibile della vita, in cui non sei stabile e non dovresti avere questo ruolo).
Personalmente capita che mio padre lavori tutto il giorno e gran parte della notte, crollando un giorno ogni tre e insomma stando in salotto o in camera con il computer aperto, ma per il resto effettivamente assente (in questo momento sto ascoltando un vinile e siamo tutti qua in salotto ma lui è lì col computer aperto). Certo che col suo macbook fa tutto, dal lavoro alle cose personali, il problema è la quantità di tempo stacanovista che vi passa, a casa e in ufficio.
Ecco, gli ho chiesto una volta (varie volte) se non poteva semplicemente passare meno tempo là, anche perché essendo una startup si fa gli orari da solo e non ha un minimo o massimo (più significativo) di ore di lavoro. Mi ha detto di essere un po' un Yes Man (a mia personale interpretazione) e di accordarsi con la gente sapendondi starsi riempiendo lievemente sotto il limite di burnout. Questa cosa la so perché è quello che faccio io molto spesso, pensando di non star facendo abbastanza, avendo paura della noia e l'ozio (mi sciolgo se capita, l'ultima volta ho guardato la terza stagione di one punch man per intero) e non riuscendo mai a stabilirmi su un equilibrio. Ma poi le cose che faccio mi piacciono! Sono belli gli spettacoli, i concerti, tutto quello... È che il calendario si riempie troppo e troppo in fretta. Esaustivo ma involontario... Non voglio diventare una persona che deve sempre star facendo qualcosa per sentirsi assolto, un po' come tuo padre. Penso, però: visto che noi abbiamo ancora la plasticità, e siamo coscienti delle nostre vite, possiamo cambiare. Possiamo non diventare stacanovisti che stravedono per finire la settimana al bar e tuffarsi in un mare di impegni per tenere a bada o direttamente ignorare le voci dei nostri pensieri.
Spero che ci riesca, starobba.
Che bello SpazioHEY
è incredibile come la dedizione possa fare male tanto quanto il menefreghismo: un genitore che mette tutto davanti per chi ha intorno riesce a creare la sofferenza che creerebbe non facendolo affatto.
by Nora; ; Report
jgivy
Risposta veloce:
si può ammirare molto quanto tuo padre si dedichi a voi, ma è vero, spesso abbiamo bisogno di una mano, o di fare un momento di pausa. non diventiamo dei fallimenti soltanto perché, dopo che ci sia caduto il mondo addosso, non riusciamo a completare un nostro compito.
vorrei che lo capisse
by Nora; ; Report
l'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re!
by jgivy; ; Report